Si chiama Letitia Becker, ha 24 anni, è francese e da tre anni vive nei boschi della Russia centrale per studiare il comportamento di 7 lupi. Dimora in una casa di legno a 500 km a Nord-Est di Mosca, in piena solitudino o meglio in compagnia dei lupi con cui è riuscita ad instaurare un fantastico rapporto.
Quando un esercito apre il fuoco contro chi invece dovrebbe difendere, allora si sa con certezza che non si è in una società civile. Non mi sto riferendo ad un evento storico, ma al bagno di sangue che si sta vivendo in questi giorni in Birmania.
Non si sa quando questa mattanza potrà finire, nel 1988 una rivolta del genere fu soffocata nel sangue e alla fine pagarono dazio 3000 vite. Vite Birmane, vite di chi tutti i giorni deve combattere contro con un regime militare che fa della politica del terrore il suo motto e che dal 1962 impone il suo gioco su una popolazione inerme e affamata.
E’ proprio la voce di questo popolo che riecheggia nelle strade Rangoon, un popolo pronto a pagare con la vita quello in cui crede. Negli ultimi giorni, però, a questo voce si è affiancato un rumore certo meno nobile: il rumore degli spari, il sibilo dei proiettili, il rumore sordo di chi è stato colpito, il rumore della morte.
Un esercito lanciato alla carneficina, manovrato dalle mani lorde di sangue di un’oligarchia militare mai sazia di richezze.
Questo dell’attuale Birmania sarebbe il contesto più idoneo in cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe intervenire e sfruttare la sua valenza internazionale per fermare uno scempio che rischia di rimanere impunito. Niente però si muove, "grazie" alla Cina e alla Russia che, avendo grossi interessi economici con chi detiene il potere in Birmania, hanno posto il veto all’intervento.
Non riesco davvero ad immaginare come questa situazione possa andare a finire. Nel mio piccolo, però, voglio fare qualcosa: voglio invitare tutti quelli che hanno letto questo post a scrivere a loro volta un post in cui denunciare ciò che sta accadendo in Birmania. Per cercare di espandere ancora di più il nostro grido di dolore e di insofferenza verso questa situazione, vorrei invitare tutti anche ad utilizzare la foto che linkerò di seguito.
Non ne conosco l’autore, l’ho trovata sul sito de La Repubblica. Ma se qualcuno lo conoscesse potrebbe rivelarmelo, in modo da consentirmi di poterlo citare.